Il canto

Il canto

Il Concilio Vaticano II ha scritto: “Nella liturgia Dio parla al suo popolo e il popolo a sua volta risponde a Dio con il canto e la preghiera”.
Il canto è una dei modi più belli ed universali per esprimere se stessi, dare suono ai vari sentimenti e per fare comunione. Un popolo intero che canta il suo inno nazionale esprime la gioia, la fierezza, l’appartenenza, la storia e gli ideali di quel popolo.
Il canto liturgico ha le stesse funzioni e, inoltre, ci sono canti propri per ogni celebrazione e per ogni momento della celebrazione così che il popolo di Dio sia aiutato ad entrare, anche col canto, nel mistero che celebra e nel momento particolare della celebrazione. Non si possono fare canti d’ingresso al termine della celebrazione, non si possono fare canti da morto alla Comunione e nemmeno canti di esultanza in quaresima o canti natalizi nelle feste d’estate.
E tutti dovrebbero cantare perché così si evidenzia meglio che i cristiani sono divenuti in Cristo “un solo corpo”, professano la stessa fede, sono animati dalla stessa speranza e li unisce un unico amore.
Già S. Giovanni Crisostomo (IV secolo) scriveva: “Dopo che il canto è cominciato, tutte le voci si uniscono formando un coro armonioso. Giovani e vecchi, ricchi e poveri, donne e uomini, schiavi e liberi, tutti prendiamo parte alla melodia”.
E S. Agostino insegnava che “Chi canta bene prega due volte”.
E ancora il Concilio: “Non si prega solo parlando ma anche cantando”.
Ancora la riforma del Concilio ha stabilito che il repertorio dei canti debba essere approvato dalle Conferenze Episcopali di ogni nazione proprio per ovviare agli abusi dei gusti personali cui ognuno tende nel canto. Non tutti i canti sono liturgici, non tutti i canti, sia nelle parole sia nella musica, sono adatti alla celebrazione liturgica.
Siccome il canto esprime l’esultanza della sposa di Cristo (la Chiesa) è sacrosanto che debba piacere allo sposo: ecco perché i salmi e i canti ispirati ai salmi e alla sacra Scrittura sono i migliori (almeno nelle parole) perché queste parole e quanto esse veicolano sono state dettate dallo stesso sposo che allora è contento di sentirsele ripetere dalla sua sposa. (La Bibbia è parola di Dio!)
Ecco anche perché il meglio del cantare si ha quando c’è dialogo cioè quando un cantore (o un gruppo di cantori o la schola) cantano la loro parte e tutti rispondono con un ritornello. Infatti, esprime meglio lo scambio (chiamata e risposta; dono e rendimento di grazie) che avviene tra il popolo e il suo Signore.
Che dire di tanti “solisti della Scala” che nelle nostre assemblee fanno la seconda, la terza o anche la quarta terzina?
Che dire dei muti che affollano le nostre liturgie?
Che dire dei troppi pigri che non sentono lontanamente il bisogno di aprire il libro dei canti? E certi canti del passato remoto (affatto ispirati alla Parola di Dio) perché risuscitarli?